Definire 
la democrazia


di Emmanuele Vimercati






Vorrei ricollegarmi a due interessanti interventi, rispettivamente di Marco Filoni e di Elio Matassi, nel secondo numero (il n. 1) della rivista, nel tentativo di instaurare un dialogo “virtuale”, in vista di una possibile (ri-?)definizione del concetto di democrazia e di una possibile valutazione (o riconsiderazione) dei suoi contenuti.
Nel III libro delle Storie di Erodoto (III, 80-82) compare una delle prime discussioni costituzionali del mondo antico, che è servita come paradigma per molti dibattiti successivi. Il Re di Persia Dario, Otane e Megabizo si ritrovano presso la corte imperiale per discutere delle caratteristiche delle tre principali forme di costituzione allora conosciute, e in seguito divenute “classiche”: la monarchia (qui intesa come assoluta), l’aristocrazia e la democrazia. I tre interlocutori sottolineano ciascuno i pregi della forma di governo da loro sostenuta e i difetti delle altre due: in particolare, Otane – sostenitore della democrazia – rileva l’autoreferenzialità del sistema monarchico, in cui il sovrano non deve rendere conto a nessuno, finendo con l’assumere atteggiamenti arroganti, a differenza del governo democratico, in cui invece i cittadini sono liberi e uguali davanti alla legge, e il potere di ciascuno è sottoposto a un rigido controllo. Megabizo – sostenitore dell’aristocrazia – fa invece notare il pericolo che risiede nel governo popolare, poiché la “massa” tende spesso ad assumere comportamenti irrazionali e rivela scarsa capacità di discernimento, motivo per cui sarebbe opportuno conferire il potere a un nucleo ristretto di “saggi”, in grado di limitare i danni delle altre due forme costituzionali. Dario, infine, a sostegno della monarchia osserva che, dove governi un re (soprattutto se saggio), i conflitti fra le parti sono risolti, e ciò a vantaggio dell’unità e della stabilità dello stato. 
Questo dibattitto solo apparentemente ingenuo porta alla luce tre elementi decisivi nella comprensione della democrazia: 1) come anche per le due altre forme costituzionali, il termine “democrazia” definisce in prima istanza solo un modo di gestire il governo e il potere, ma non ne stabilisce i contenuti; 2) la democrazia si basa sulla libertà, sull’uguaglianza davanti alla legge e sul reciproco controllo di poteri; 3) il potere del popolo è spesso privo di discernimento e rischia di dar luogo a (sanguinosi) conflitti interni allo stato, minandone l’unità e la pace. Anzi – osserva Dario –, non solo la democrazia non è la culla della libertà, ma i conflitti che essa genera conducono ben presto a un clima di violenza e, conseguentemente, di limitazione (o di soppressione) della libertà tanto agognata. 
Questi tre aspetti rimandano a tre questioni decisive e interconnesse per definire il sistema democratico: 1) la democrazia come “meccanismo”; 2) i contenuti del meccanismo democratico; 3) l’esigenza educativa.

1) Il “meccanismo” democratico
La democrazia è innanzitutto poco definibile perché il termine stesso rimanda in primo luogo a una questione di mezzi o di modalità di assunzione, di gestione e di distribuzione del potere politico. “Dottrina che fissa a ogni governo il suo scopo”, la definisce Marco Filoni. Il termine democrazia, perciò, richiama in se stesso un insieme di condizioni, un “meccanismo” (in sostanza, il meccanismo partecipativo ed elettivo, e i sistemi di equilibrio e di controllo fra le istituzioni), ma non i contenuti e i valori che questo meccanismo deve regolare. Il termine democrazia non discute dunque della sostanza di questo potere, ossia delle idee e dei princìpi che devono dargli corpo. Questo vale naturalmente anche per altre forme di governo (monarchia, aristocrazia, dittatura, ad esempio), che, a seconda delle idee di cui i loro esponenti politici si fanno portavoce, assumono sfaccettature differenti, rimanendo accomunate non tanto dai contenuti, quanto piuttosto dalle analoghe modalità con cui il potere viene gestito. Le diverse dittature del XX secolo ebbero in comune non necessariamente le idee politiche che esse cercarano di incarnare, ma più spesso i metodi (simili, anche se non sempre identici) con cui queste idee furono portate a realizzazione. Tuttavia, i sistemi di governo oligarchici o “monocratici” sono più facilmente definibili sia perché essi confinano le leve del potere in un numero ridotto di mani, sia perché in molti casi, proprio per facilitare il mantenimento del potere nelle mani di pochi, essi tendono ad assumere atteggiamenti conservatori e “fissisti” in termini politici, nel senso che scoraggiano trasformazioni radicali. La democrazia, invece, è per sua natura una forma di governo “fluttuante”, nel senso che è suscettibile di continui e talora anche profondi mutamenti, in termini sia di forma (cioè di procedure di assunzione e di gestione del potere), sia di contenuti (cioè di valori espressi, di volta in volta, da chi detiene il potere). In democrazia, dunque, ancor più che in altre forme di governo, non esiste un modello valido “una volta per tutte”, poiché sia i metodi, sia i contenuti mutano a seconda delle circostanze. In democrazia – osserva Filoni – non esiste una verità definitiva.
Una volta precisato questo, si pongono due questioni: 1) una di forma – relativa cioè alle modalità in cui si articola il potere democratico (innanzitutto nel meccanismo partecipativo) –, 2) l’altra di contenuto – relativa cioè ai progetti politici che i rappresentanti eletti portano avanti. Questi due fattori sono entrambi decisivi e fra loro complementari, poiché – si potrebbe dire – un meccanismo pur valido sarebbe vuoto senza adeguati contenuti, e un progetto politico di valore sarebbe cieco senza un idoneo sistema di rappresentazione. 
Tuttavia, pur rimanendo la questione “formale” un tratto distintivo della democrazia, poiché il principio di partecipazione dei cittadini e di controllo fra istituzioni differenzia i sistemi democratici da altre forme di governo, questo meccanismo formale non costituisce di per sé il fondamento ultimativo di una democrazia compiuta, poiché gli ingranaggi del sistema (cioè le modalità che regolano il suo andamento) non esauriscono il senso stesso della democrazia. Tale senso risiede invece, in ultima analisi, nei contenuti che danno corpo al meccanismo. Per fare un esempio attuale, la discussione sul sistema elettorale di un paese non può essere fine a se stessa, ma deve essere finalizzata alle proposte politiche di cui ciascuna parte si fa portavoce. Limitare il dibattito politico alle modalità con cui assumere e gestire il potere rischia di far perdere di vista il nucleo portante della discussione politica, cioè le idee che devono strutturare un sistema partecipativo altrimenti puramente formale.

2) I contenuti del “meccanismo” democratico: la dialettica politica
Ora, proprio perché la democrazia non rimanda a questioni di contenuto, cioè non decide quali valori essa debba gestire, il confronto fra progetti diviene una componente decisiva del sistema democratico, per evitare il suo scadimento a puro meccanismo.
L’assenza di un bagaglio pre-determinato di valori si estende anche a idee o princìpi quali la libertà o l’uguaglianza, che spesso vengono considerate come cardini delle compiute democrazie moderne. Infatti, oltre al fatto che, in nome di una presunta libertà o uguaglianza, in età moderna sono state giustificate scelte politiche di ogni genere, fino a far perdere di vista il senso autentico di questi due termini, una volta detto “libertà” o “uguaglianza” si tratta – daccapo – di discutere del loro significato ultimo, che può variare in relazione alle singole circostanze o alla prospettiva individuale. A seconda che la si intenda in senso marxista, liberale o cristiano, ad esempio, la stessa libertà può assumere sfumature anche radicalmente diverse. Né si può considerare come peculiare della democrazia il fatto di operare in vista del bene della maggioranza – come già riferiva Tucidide (II, 37) – o del popolo – come attestato nella nota formula di Lincoln, poiché difficilmente un governo, di qualunque genere sia, si arrischierebbe ad affermare il contrario. 
In una parola, la democrazia, per sua natura, più di altre forme politiche pone una questione di contenuti, ovvero esige di essere fondata. Anzi, ri-fondata di volta in volta. Questa rifondazione – di cui oggi si sente particolarmente bisogno – poggia su quel serrato confronto di idee che costituisce il cuore pulsante della democrazia, come riconosce giustamente Elio Matassi, in linea con Massimo Cacciari. In assenza di dialettica politica, la democrazia muore, perché perde di vista il proprio fondamento. In tal senso, più di altre forme di governo, la democrazia rivela il suo carattere plastico e mai compiuto, nel senso che ogni decisione è suscettibile di essere riveduta, ridiscussa e migliorata ogni volta che lo si ritenga necessario. La dialettica democratica non va dunque intesa come una mera contrapposizione fra parti avverse, ma come la superiore e raggiunta unità fra proposte politiche differenti e sostanzialmente conciliabili (in quanto fondate sulla ragione, che dovrebbe animarle tutte). Proprio questa forma di confronto potrebbe consentire di limitare o di superare il carattere autoreferenziale che la democrazia tende talvota ad assumere. Ma proprio l’assenza di un nitido e unanime background ideologico su cui poggiare porta in primo piano l’esigenza di creare le condizioni affinché il dibattito politico si riempia di contenuti costruttivi e adeguati al mutare dei tempi.

3) L’esigenza educativa: la democrazia come educazione e come scommessa
La critica maggiore che Megabizo rivolgeva alla democrazia era, in una parola, l’incapacità di decisione del popolo, anzi, la sua dissennatezza. Proprio questo aspetto rappresenta l’autentica sfida della democrazia, ovvero il maggiore ostacolo in vista della realizzazione di un costruttivo dibattito politico. Non c’è democrazia senza dialettica; non c’è dialettica senza educazione. La consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza del confronto politico, l’abitudine alla civile discussione che dovrebbe caratterizzarlo e alle sue regole, e, soprattutto, la capacità di riempire questo dibattito di idee e di progetti validi e innovativi, ebbene tutto questo può essere trasmesso solo da un solido processo educativo. “Oggi sappiamo che l’uomo non è ragionevole, ma può esserlo e deve diventarlo”, osserva Filoni. Ebbene, se riteniamo che la democrazia possa ricevere un fondamento stabile, dobbiamo credere nell’efficacia dello strumento educativo, che consenta all’uomo di oltrepassare lo stadio di dissennatezza per giungere ad una consapevole visione del proprio ruolo all’interno della società e dell’importanza del dibattito politico per fondare le regole e i valori di quello stato in cui egli stesso è inserito.
In ultima analisi, forse semplificando all’eccesso, si potrebbe dire che il fondamento della democrazia risiede in un fattore educativo, ossia nella capacità di riconoscere il valore del confronto politico e di arricchirlo quotidianamente di una consapevolezza e di contenuti nuovi. L’educazione rappresenta dunque il fattore decisivo della democrazia, il suo tratto peculiare, che la distingue dalle altre forme di governo, nelle quali la condotta e la decisione politica è in definitiva demandata ad “altri”, siano essi il monarca o i “saggi” che detengono e gestiscono il potere. In una parola, si può dire che l’essenza della democrazia, ovvero il suo essere e, insieme, il suo dover essere, nonché la condizione stessa della sua riuscita, sta proprio nel processo educativo che le sta a monte e su cui essa si fonda. E forse – mi permetto di osservare – la situazione di “stagnazione” in cui sembra galleggiare il sistema politico italiano (e forse internazionale) non è del tutto scisso da quella crisi del sistema educativo che viene così spesso richiamata da più parti della società civile. 
Nella misura in cui la democrazia presuppone il confronto politico e, ancora più a monte, un’educazione che lo renda possibile, e nella misura in cui essa si rimette in discussione di volta in volta a seconda delle circostanze, si può ben dire che la democrazia è una scommessa sul presente e sul futuro. In democrazia nulla è già deciso e definitivamente fissato, ma tutto richiede di essere ri-fondato in un processo dialettico continuo che solo un’adeguata formazione dei cittadini può garantire.
 
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