Il Partito Democratico tra opposizione e ricerca di una nuova “egemonia”



di Elio Matassi







L’attuale fase del Partito Democratico sembra caratterizzarsi per una confusione indebita fra la costituzione del cosiddetto governo-ombra, secondo il modello delle altre democrazie parlamentari europee, cui viene demandata l’opposizione (di qui la querelle fra opposizione ‘morbida’ ed opposizione ‘radicale’) e la dimensione più propriamente progettuale che, interrogandosi sulla nuova identità del Partito Democratico, non può non trascendere il problema della mera opposizione.
    I due momenti, quello dell’opposizione (della tipologia dell’opposizione da condurre) e quello della ricerca, con un vocabolo gramsciano, di una nuova ‘egemonia’, essendo ben consapevoli che non potrà più porsi negli stessi termini del passato  -  ha ragione E.Balibar nel sostenere che, nella contemporaneità, data la complessità dei fattori in gioco si può parlare solo di egemonia ‘incrinata’ ossia di egemonia relativa e non assoluta   -   non possono in alcun modo coincidere.
    Ben al di là della disputa tra i due modelli di opposizione da condurre  -  purtroppo si deve lamentare carenza su entrambi i piani, su quello di un’opposizione più articolata, di contenuti e su quello di un’opposizione più generale, di metodo   -   la dimensione politica e progettuale del Partito Democratico non può risultare schiacciata esclusivamente sull’opposizione gestita dal governo-ombra. Vi sono problemi d’identità, di schieramento, di ricerca delle alleanze che non possono essere elusi e che hanno bisogno di un vero e proprio colpo d’ala, di un progetto di ampio respiro che non può più essere rinviato. L’azione del Partito Democratico non può restringersi alla politique d’abord, ad una politica del giorno per giorno, dei semplici problemi contingenti ne può essere ossessionata dall’incombente ritorno delle ‘correnti’ e dalla sostituzione o dal mantenimento dell’attuale leadership. Non ci si può limitare, data anche la carenza di una nuova classe dirigente, ad un pronunciamento pro o contro Walter Veltroni. Quello di cui si ha impellente bisogno è un grande congresso ‘ideale’ non per contarsi e per dividersi ma per tentare di riconquistare quella ‘egemonia’ culturale, perduta ormai da troppo tempo e senza la quale sarà molto difficile tornare ad essere protagonisti anche nella vita politica. Purtroppo, anche su questo piano, l’attuale gruppo dirigente de Partito Democratico si sta muovendo con una prospettiva fuorviante. Secondo l’ottica contemporanea della società dello spettacolo si sta cercando di riprendere le fila di un rapporto con gli intellettuali totalmente deviante, organizzando scuole estive e Festivals con l’invito di alcune personalità indiscutibili, anche se completamente ‘esterne’al progetto del Partito Democratico, una sorta di meta- laboratorio che cala dall’alto o, meglio ancora, sul vuoto attuale dello stesso tessuto connettivo del partito. Sembra quasi che l’attuale classe dirigente sia interessata a chiedere lumi agli intellettuali con un’operazione di mera facciata senza ricaduta alcuna sulla vita o su quello che dovrebbe rappresentare la vita del Partito Democratico.
    In realtà questo rapporto che ho definito ‘deviante’ dimostra l’assoluta mancanza di un progetto qualsiasi rispetto anche alla forma-partito che il Partito Democratico dovrà assumere ed un’altrettanta insensibilità a quella dimensione partecipativa che si era correttamente individuata all’inizio, all’atto fondativi del Partito per sceglierne il leader.
    Oggi il vero problema del Partito Democratico è di riconquistare una ‘egemonia’ culturale, ormai definitivamente perduta, non per tornare ad un semplice passato, ad un progetto di mera restaurazione di una sinistra più o meno identitaria, anche se vi sono nel nostro passato e nella nostra tradizione verità cui si può ancora attingere in maniera feconda.
    Che cosa significa innanzitutto ‘egemonia’? In questo caso Gramsci può risultare ancora molto utile; come ha ben visto un pensatore come Norberto Bobbio, da sempre libero dalle pregiudiziali della scolastica marxista, il concetto di egemonia nella rilettura gramsciana prospetta un’interpretazione innovativa della relazione struttura-sovrastruttura, una interpretazione che si concentra in maniera particolare sulla categoria della società civile.
    Anche in questo caso vanno messi da parte una serie di pregiudizi storici e filologici che investono soprattutto la figura ed il pensiero di Hegel, di cui Gramsci fu attento lettore ed interprete. Per Hegel la dimensione della società civile è molto composita: nella sua articolazione non rientra solo il momento economico (il sistema dei bisognoi) ma anche quello che potrebbe essere definito ideologico-istituzionale, come aveva lucidamente intuito in un saggio di grande respiro del 1930, apparso sulla torinese “Rivista di filosofia”, Gioele Solari, uno dei grandi maestri di Bobbio. Non auspico ovviamente di arrivare fino all’estrema provocazione intellettuale di rovesciare la formula imperante, riproposta da Giovanni Gentile, nello stesso anno 1930 in un congresso berlinese, “Hegel filosofo dello Stato” in “Hegel filosofo della società civile”, ma, in maniera più prudente ed al contempo pregnante, di reinserire nell’attuale fase del dibattito politico contemporaneo anche la figura di Hegel nella mediazione di Gramsci. Quando quest’ultimo afferma che “non la struttura economica determina direttamente l’azione politica, ma l’interpretazione che si dà di essa e delle cosiddette leggi che ne governano lo svolgimento” o ancora “si può impiegare il termine ‘catarsi’ per indicare il passaggio dal momento meramente economico (od egoistico passionale) al momento etico-politico, cioè l’elaborazione superiore della struttura in superstruttura” coglie attentamente che il momento etico-politico finisce con l’assumere un aspetto predominante su quello strettamente economico. Mentre nella tradizione marxista l’impianto hegeliano della società civile viene assimilato all’esclusivo elemento strutturale, in Gramsci prevale l’opzione inversa ossia l’analogia società civile-sovrastruttura. A risultare capovolto è il rapporto tra istituzioni ed ideologia: le ideologie diventano il momento primario e le istituzioni quello secondario, una interpretazione in larga misura hegelianeggiante. 
    Da questa ‘inversione’ nasce anche il concetto di ‘egemonia’ come direzione sostanzialmente culturale prima che politica. Nelle pagine programmatiche, dedicate al moderno Principe, pubblicate in testa alle Note su Machiavelli, Gramsci propone per lo studio del Partito moderno due temi fondamentali, quello della formazione della ‘volontà collettiva’ (la direzione politica), e quello della riforma “intellettuale e morale” (la direzione culturale); in Gramsci pertanto la conquista dell’egemonia precede e non segue quella del potere.
    Si tratta di riflessioni e di schemi interpretativi che nella loro flessibilità teorica si confanno perfettamente alla situazione attuale: nella politica italiana la sinistra ha prima conquistato l’egemonia culturale ed, in un passaggio successivo, il potere politico (centrale ed amministrativo), in un secondo momento ha perduto l’egemonia culturale e, quindi, quella politica. Si tratta di ristabilire, di ricercare una nuova egemonia culturale, che non potrà riguardare solo alcune élites intellettuali ma dovrà attraversare in profondità il tessuto connettivo del Partito Democratico.
    Vi è un’ulteriore riflessione che lo schema gramsciano della egemonia (prima le ideologie poi le istituzioni) impone; per troppo tempo la sinistra italiana ha privilegiato l’aspetto economico e quello tecnocratico, trascurando quello più propriamente filosofico. E’ venuto il momento di tornare alla filosofia, per questo è nata l’esperienza di “Inschibboleth”, che dovrà cominciare a porsi quali sono state le pieghe ma anche le secche in cui si è arenata la filosofia italiana degli ultimi trent’anni. Bisogna tornare alla filosofia, con lo stesso spirito del criticismo kantiano, riproposto con enfasi nel bel libro di Isaiah Berlin ne Il potere delle idee: “La filosofia non è uno studio empirico: non è l’analisi critica di ciò che esiste o è esistito o esisterà, ossia ciò con cui hanno a che fare il sapere e le credenze di senso comune, nonchè i metodi delle scienze naturali. E neppure è una sorta di riduzione formale, come lo sono la matematica e la logica. Il suo oggetto consiste in larga misura non nei contenuti dell’esperienza, ma nei modi in cui a questa si guarda, nelle categorie permanenti o semipermanenti nei cui termini l’esperienza è concepita o classificata”. 
    Un ritorno tout-court della filosofia che deve essere accompagnato da un ritorno della filosofia della storia, come suggerisce lo stesso titolo di uno dei testi capitali della filosofia del secondo Novecento, i Saggi eretici sulla filosofia della storia di Jan Patocka contro la tesi della ‘fine della storia’ che dovrebbe presumere anche la fine della filosofia della storia. Tesi che è stata esasperata nel libro del politologo americano Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, in cui si argomenta che la democrazia liberale è “il punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità” e “la definitiva forma di governo tra gli uomini”, presentandosi così come “la fine della Storia”.
    Contro questo estremismo e, pur non rinunciando all’imprescindibilità della democrazia liberale, Inschibboleth continuerà ad interrogarsi sul destino di una democrazia puramente rappresentativa, e sull’utilità della filosofia e della filosofia della storia per l’approfondimento di tale problema. Come postula Jan Patocka il vero discrimine deve essere rovesciato, non sta nella fine della storia quanto piuttosto nell’interrogarsi “se l’uomo storico intenda ancora o meno riconoscersi nella storia”.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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