L’economia della conoscenza ed il
Partito Democratico



di Elio Matassi








I risultati delle recenti elezioni politiche hanno dimostrato in maniera inequivocabile il perdurare e l’accrescersi di un’egemonia culturale e politica del centrodestra, databile ormai dal 1994 – sono infatti da considerare ‘eccezioni’, dovute in larga misura a situazioni contingenti, le due parentesi dei governi Prodi (1996 e 2006) -  e che nel 2008 ha raggiunto la sua massima espressione. Non è compito della nostra Rivista individuare errori ‘ tattici’, compiuti nella gestione della crisi del governo Prodi, nella definizione delle liste e nella conduzione della campagna elettorale. Sono ‘dettagli’ rilevanti ma pur sempre ‘dettagli’; il Partito Democratico ed, in generale, il centrosinistra hanno perduto ampiamente la sfida elettorale perché ormai troppo tempo risultano soccombenti sul piano dell’elaborazione teorico-culturale, perché ormai da troppo tempo l’egemonia culturale prima ancora di quella politica viene gestita dalla coalizione di forze che si riconoscono nel centrodestra.
La nascita e la formazione del Partito Democratico e le accelerazioni istituzionali che ne sono seguite hanno contribuito in maniera significativa alla semplificazione del quadro politico ma non sono state accompagnate, anche a causa dell’improvvisa esplosione della crisi del governo Prodi, da un adeguato dibattito di grande respiro proprio sul piano ideale e culturale. Formule e slogans sono apparsi in larga misura fragili e si è data la netta impressione di una rincorsa subalterna alle parole d’ordine ed ai programmi della coalizione avversaria. Il ritardo è stato soprattutto culturale; sono sempre più convinto che la sfida si possa vincere prima sul piano del trend culturale e solo, in un passaggio successivo, su quello più strettamente politico.
Il Partito Democratico dovrà approfittare del lungo e complesso periodo di opposizione che lo aspetta per preparare ed organizzare questo dibattito (un compito che la nostra Rivista si è assunta e che continuerà ad onorare coerentemente), per acquisire una identità – è molto significativo che, da un lato, non si sia riusciti a conquistare il cosiddetto ‘centro’ e dall’altra non si sia stati in grado di intercettare, almeno in larga misura, il venir meno della sinistra massimalista – un’identità che risulta del tutto carente allo stato attuale. E’ assolutamente necessario costruire finalmente una dimensione progettuale che faccia riconquistare ad un partito moderno di sinistra come il Partito Democratico quell’egemonia culturale perduta ormai da troppo tempo. 
Per cominciare a tracciare la direzione ed il senso di tale rinnovata progettualità è necessario stabilire almeno due indispensabili punti di riferimento: I) la società del nostro presente e del nostro futuro è una società orientata necessariamente verso una ‘economia della conoscenza’ , formula suggestiva in cui sono egualmente compresenti l’ineludibilità del momento economico – l’inesorabilità della globalizzazione – e l’imprescindibilità di governare lo sviluppo con il contributo altrettanto necessario, per l’Europa, di una economia e politica della conoscenza, secondo i dettami del Libro bianco di Jacques Delors. Questa prima suggestione comporta uno stratificato investimento sulla conoscenza in genere e su tutte le istituzioni che la concernono, ricerca, formazione, Università, scuola primaria e secondaria.
La seconda suggestione è mutuata da uno degli aforismi che compongono quello splendido libro di Vittorio Foa, Passaggi, in cui ad un certo punto si recita che “il secolo che viene sarà soprattutto uno scontro tra verticale ed orizzontale”, formula ripresa ed ampiamente discussa e riargomentata ne I luoghi del sapere. Idee e proposte per una politica della conoscenza di Andrea Ranieri.
Questa seconda idea-progetto offre anche la cifra esatta per la contestualizzazione della prima: nessuna delle riforme necessarie perché il nostro paese possa effettivamente entrare nell’economia e nella società della conoscenza potrà avere una dimensione  ‘verticale’, ossia essere concepita dall’alto, avere una natura e funzione tendenzialmente prescrittivi. Come sostiene lucidamente Andrea Ranieri, “le riforme possibili sono quelle capaci di mobilitare nei territori risorse materiali e immateriali, intelligenze e volontà, di rafforzare la capacità delle persone di governare il proprio destino in condizioni di crescente incertezza”.
Cerco di approfondire entrambe le suggestioni che dovranno rientrare nel disegno complessivo della progettualità del Partito Democratico, nel suo DNA più profondo, di un partito che dovrà aspirare ad essere ad un tempo europeo e federalista, avere un respiro ed una dimensione internazionale ed esprimere una presenza dalle esigenze fortemente territoriali.
Ho parlato di ineludibilità della globalizzazione; nessuno di noi potrà mai aspirare al ruolo di cantore di una realtà pre-globale, pena il rischio di essere travolto ed emarginato per sempre. Ci troviamo nella parte terminale della curva di quello che una delle menti più lucide del Novecento, Max Weber ha definito “il disincanto del mondo”, la razionalizzazione estrema. Non si può tornare indietro verso utopie improbabili ed improponibili ma si deve avere il coraggio e la spregiudicatezza intellettuale di governare un tale processo irreversibile. Il primo modo di esprimere tale autonomia e padronanza sta nella capacità critica di distinguere tra principio della ‘formazione’ e principio della compensazione. Sono due principi-leggi che vanno in direzioni diametralmente contrapposte. Si deve avere l’onestà intellettuale di riconoscere che il principio oggi dominante delle società europee, largamente subalterne al dominio economico, politico e culturale degli Stati Uniti è quello di ‘compensazione’. La cultura, la ricerca in genere non sono più momenti costitutivi della ‘formazione’, della ‘Bildung’, della capacità di fondere attività teoretica e pratica in un unico e medesimo progetto che esalti l’uomo ma luoghi regressivi di compensazione, anche questa espressione deve essere assunta nella sua letteralità, ossia come meccanismo e processo sostanzialmente surrogatorio di un progressivo svuotamento e spaesamento dell’uomo in quanto soggetto. Questo trend politico-culturale che riassumo nella formula, dalla formazione alla compensazione, deve essere rovesciato ma non con l’illusione, perdente, di un mero ritorno ad un passato che non esiste più e che non potrà più tornare. La formula dalla compensazione alla formazione dovrà diventare il principio costitutivo della nuova identità europea che non rinuncia al primato dell’economico ma riesce a governarlo con la sua specifica vocazione. Un processo che è stato indagato in maniera sistematica nel bel libro di Enzo Rullani, Economia della conoscenza (Carocci, Roma 2004): “un processo di elaborazione che è stato più lento dei processi reali che provava a descrivere ed interpretare, ma che è stato indubbiamente più veloce della capacità della politica e dell’economia ‘ufficiale’, quella di cui la politica si serve per intervenire sulla realtà, di interagire con esso”. E’indispensabile colmare lo scarto tra economia e politica ufficiali e processi reali ed il compito culturale del Partito Democratico dovrà essere proprio quello di colmare tale scarto, coniugando l’imprescindibilità dell’economico con la nascita della società della conoscenza. Dovrà essere proprio quest’ultima il motore di sviluppo, il traino essenziale dell’economia, rielaborando in profondità categorie interpretative e modi di operare sulla realtà che sembravano ormai obsoleti, una volta dissolti sotto la spinta della globalizzazione e della nuova rilevanza che venivano ad assumere in essa le questioni, considerate periferiche, dello sviluppo territoriale, della scienza e della cultura, dell’identità personale.
Un’identità al contempo europea e federale, due dimensioni non necessariamente collidenti fra loro, dovrà caratterizzare la nuova stagione del Partito Democratico, che dovrà ripudiare il mero primato dell’economico, la legge del primato del mercato considerata come assoluta. E’ questo il nodo cruciale su cui si giocherà il ruolo ed il futuro del Partito Democratico se non vorrà svolgere una funzione meramente subalterna e complementare a quello del Partito del Popolo delle Libertà.
L’economia della conoscenza, il passaggio dalla compensazione alla formazione sono, in ultima analisi, gli aspetti decisivi che il Partito Democratico dovrà metabolizzare in un progetto che contempli l’abbandono della contrapposizione astratta fra tradizione e progresso. Si può rimanere fedeli alla tradizione senza rinunciare al progresso, è questo il primo imperativo del Partito Democratico, un imperativo che dovrà in primo luogo operare una vera e propria rivoluzione culturale nel sistema della formazione primaria e secondaria ed in quella universitaria. Non ci sarà futuro né per il Partito Democratico né per le società contemporanee se non individuando nel sapere la leva primaria per la crescita di una ricchezza che non sia disgiunta da quella della coesione sociale.
 
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