Il fenomeno del populismo e 
le risposte del Partito Democratico


di Elio Matassi




Alcuni anni fa lo scrittore torinese Alessandro Baricco ne I Barbari ha narrato che nel 1810 un signore americano ebbe un’idea geniale e rivoluzionaria: mettere il cibo in scatola per conservarlo più a lungo. Il guaio fu però che soltanto 45 anni dopo arrivò un altro signore che inventò l’apriscatole. Baricco applica questa metafora alla politica: la politica è, o, almeno, dovrebbe essere un gesto che ne contempla due: “inventare la scatola e realizzare il sistema per aprirla senza ammazzarsi. E’ immaginare uno scenario che prima non esisteva e renderlo visibile, funzionante. E’ un incrocio acrobatico di utopia e realismo, di fantasia e buonsenso. La politica è una prodezza”. Ora però la politica, concepita in tali termini, nel mondo occidentale non viene più attuata da nessuno. La politica, oggi, sempre secondo Baricco, “lavora a costruire apriscatole ma da tempo ha smesso di inventare scatole. La politica ha perso un pezzo. Oggi, è un gesto incompleto. Gestisce il reale: ha smesso di inventare il possibile”. Bisogna, in ultima analisi, tornare ad inventare insieme altre scatole ed altri apriscatole e questo deve valere in maniera particolare per la sinistra. 
     Una simile mancanza di progettualità, un ritardo culturale si avverte soprattutto per la forma-partito, il problema dei problemi del nascente Partito Democratico, un problema che dovrà rappresentare una risposta ‘alta’ al fenomeno ormai multiforme e dilagante del populismo, teoria e prassi del maggior partito del centrodestra nella sua veste passata, presente e, con sempre maggiori accentuazioni, in quella futura. 
     Che cosa è il populismo? Cerco di precisarne una prima, approssimativa definizione: la distinzione che sta a fondamento del populismo è una distinzione ‘verticale’, ‘basso’ contro ‘alto’, popolo contro èlite, classi popolari contro classe dirigente. Il fenomeno proteiforme del populismo è tutto incentrato sull’affermarsi di queste distinzioni. Introiettato dalle ideologie più diversificate (nazional-populismo, liberal-populismo, social-populismo), il populismo, in parte ideologia anch’esso, in parte stile di comportamento, esprime in primo luogo il disagio e la protesta ‘dal basso’ contro una classe politica considerata irresponsabile, ormai lontana dalle esigenze delle persone comuni, chiusa nella propria più totale autoreferenzialità e spesso corrotta. Un fenomeno che sta alla base di un sentimento molto diffuso nella contemporaneità, quello dell’antipolitica e che viene cavalcato dal maggior partito del centrodestra con grande spregiudicatezza.
     Quali sono le risposte che il Partito Democratico, sul piano dell’elaborazione teorica e su quello di una nuova forma-partito, dovrà essere in grado di fornire? Risposte che ovviamente dovranno respingere l’atteggiamento pretestuoso di chi crede di interpretare e gestire un fenomeno di cui è stato in larga misura responsabile per assumere una riflessione a tutto campo sulle ragioni di fondo che stanno a monte del sentimento populistico, tentando di rimuoverlo. 
     Bisogna tornare a ripensare con nuovi strumenti concettuali il nesso identità-rappresentanza, il nodo cruciale che sta a fondamento dell’esplosione populistica.
     Il carattere autenticamente discriminativo dell’opposizione fra ‘identità’ e ‘rappresentanza’ è stato, per esempio, prospettato lucidamente da Carl Schmitt quando ricorda che il popolo ha tanto meno bisogno di essere rappresentato quanto più è esso stesso politicamente presente.
    Una riflessione così argomentata dovrà svolgere un ruolo, pur all’interno di quella di chiara derivazione kantiana, e per la quale “ogni vera repubblica è e non può essere altro che un sistema rappresentativo del popolo”. Il Partito Democratico dovrà essere in grado, in modo particolare, nella costruzione di una nuova forma-partito, di trovare un punto elevato di sintesi tra rappresentanza ed identità che dovrà preludere a forme di democrazia partecipativa, progetto che, del resto, ha già intrapreso con la diffusione del metodo delle ‘primarie’. 
    Altro snodo teoricamente cruciale sta nell’approfondimento di un principio di associazione che sia diverso da quello espresso dal contratto. Nel passato, il principio contrattuale ha spinto l’individuo ad emanciparsi dalle sue comunità di appartenenza, ma questo fenomeno, come avevano lucidamente intuito Emile Durkheim, Georg Simmel o Ferdinand Toennies, si è rivelato alla fine come un male ancora maggiore, perché ha dato luogo ad un nuovo tipo di legame sociale. Bisogna arrivare a pensare che in realtà il ‘contratto’ si distingue da ogni altra forma di ‘associazione’ per l’esclusiva ragione che esso, nella sostanza, la presuppone. 
     L’ambiguità teorica dei pensatori della tradizione contrattualistica è stata quella di presumere che gli individui potessero tra di loro stabilire un legame contrattuale senza essere già associati, senza, in altri termini, tener conto di un ulteriore legame preesistente. Nel migliore dei casi, dunque, il principio contrattuale non fa che sancire un’associazione preesistente. 
     L’attuale rinascita del movimento associativo, che deve teoricamente molto a Proudhon, merita di essere presa in considerazione con estrema attenzione nella misura in cui consente di collegare l’autonomia degli individui e la ricostruzione di un legame sociale.
     Compito del Partito Democratico sarà quello, anche in questo caso, di fornire una nuova sintesi, tra principio contrattuale e principio di associazione, uno dei modelli attuali che meglio di ogni altro esprimono la possibilità di ripresa politica del sociale. Oggi è assolutamente necessario tenere nel debito conto l’autonomia della dimensione sociale e la sua vocazione specificatamente politica, ossia la sua capacità d’intervento nella sfera pubblica. Il sociale non è il privato, non è la semplice giustapposizione di comportamenti privati, in quanto presume un aspetto privato ed uno pubblico ed ogni volta che un membro della società agisce in quanto cittadino, egli non può non essere partecipe di questa dimensione pubblica.
      Nella costruzione della nuova forma-partito del PD, che non potrà esaurirsi nella querelle partito ‘liquido’, leggero ossia senza tesserati, gestito autocraticamente da un leader carismatico o partito ‘forte’, di soli tesserati, dovrà necessariamente entrare il principio-associazione (di qui la necessità di un partito federale), la nuova vocazione politica del sociale insieme a forme di democrazia partecipativa come quella espressa dalle ‘primarie’.
     La politica è oggi chiamata a rinascere a partire dalla base, attraverso una ricostituzione del legame sociale ed una ripresa della dimensione politica del sociale, secondo la prospettiva dell’autonomia locale, di forme di democrazia partecipativa ed associazionistica, del volontariato. Bisogna tornare a guardare al modello greco piuttosto che a quello romano e sostituire l’immagine della piramide con quella del labirinto che meglio esprime la complessità degli interessi contemporanei.
 
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