Il Partito Democratico, la globalizzazione e il ritorno della filosofia 



di Elio Matassi






L’attuale dibattito sul Partito Democratico sembra caratterizzarsi in modo particolare su questioni per così dire ‘tattiche’ (ovviamente indispensabili), il problema delle ‘alleanze’, la Lega, l’UDC di Casini, un nuovo rapporto con la sinistra, il problema del quadro istituzionale da riannodare nonostante le lacerazioni inferte dal governo Berlusconi sul terreno della giustizia. Minore attenzione, invece, viene data al piano prospettico-strategico, anche se timidi segnali di un capovolgimento di tendenza cominciano ad avvertirsi. E’ molto recente l’iniziativa di Italiani-Europei per l’organizzazione di una Scuola estiva sul grande tema della nostra rivista, Laicità-religioni, come molto recente, sul fronte del centrodestra, è l’attenzione dell’Aspen-Institute e di Giulio Tremonti che ne è il Presidente per una rinnovata filosofia della storia che sia immune dal ‘mercatismo’ ossia da una logica meramente  economicistica. Il caso esemplare è quello di Guido Rossi, Professore emerito di Diritto commerciale presso l’Università Bocconi di Milano, Presidente per un lungo periodo della Consob, oggi docente di Filosofia del Diritto all’Università San Raffaele di Milano e autore di Perché filosofia, un libro uscito nella collana editrice San Raffaele di Milano in cui viene riproposta con radicalità l’attualità della filosofia, un’attualità ancor più decisiva nei riguardi delle sfide della globalizzazione.
La filosofia ha un gran compito da svolgere nella contemporaneità a partire dai problemi suscitati dal capitalismo, dalla lettura di Adam Smith e dalla necessità di sfatare i miti che accompagnano la reputazione del filosofo scozzese come ha cominciato a fare efficacemente Arrighi nel suo bel libro, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo  secolo, Feltrinelli, Milano 2008; “Smith è probabilmente ‘fra i più citati e i meno letti dei maestri dell’economia del passato’ (Heilbroner). Ma, che lo si legga o no, egli è certamente (assieme a Marx) uno dei più fraintesi. La sua eredità intellettuale è accompagnata in particolare da tre miti: che sia stato un teorico ed un sostenitore della capacità di autoregolamentazione del mercato; che sia stato un teorico ed un sostenitore del capitalismo come motore di espansione ‘senza fine’; che sia stato un teorico e un sostenitore del tipo di divisione del lavoro praticata nella ‘fabbrica di spilli’ descritta nel primo capitolo della Ricchezza delle nazioni. In realtà, egli non fa niente di tutto questo”. In Adam Smith, inoltre, vi è una consapevolezza dei problemi del lavoro che la maggior parte dei suoi lettori, concentrandosi sui ‘miti’ menzionati da Arrighi, fanno finta di non vedere. Vi sono pagine di fuoco contro gli interessi e il potere dei capitalisti, pagine degne di un ‘partigiano del lavoro’, che cerca di dare al legislatore adeguati consigli per fronteggiare la lex mercatoria della sua epoca. Scrive, per esempio, Smith in una pagina della Indagine sulla natura e la causa della ricchezza delle nazioni: “I nostri mercanti ed i nostri lavori manifatturieri si lamentano molto dei cattivi effetti degli alti salari nell’elevare i prezzi dei loro prodotti e quindi nel diminuire la vendita all’interno ed all’estero, ma non dicono niente dei cattivi effetti degli alti profitti. Tacciono degli effetti perniciosi dei propri guadagni e si lamentano solo dei guadagni altrui”. In Adam Smith a Pechino, Arrighi traccia un’ipotesi affascinante per un possibile futuro dell’umanità: l’emergere della potenza cinese nel prossimo secolo potrebbe portare ad un nuovo multilateralismo con la creazione di un inedito commonwealth in cui Oriente ed Occidente riescano a convivere senza scadere nelle mitologie della violenza. 
Di fronte a questi scenari, torna d’attualità l’interrogazione filosofica, un’interrogazione che è in primo luogo una domanda sulla democrazia, oggi pesantemente minacciata da quel fenomeno che Robert Reich, già Ministro del Lavoro durante gli anni dell’amministrazione Clinton dal 1993 al 1997 definiva “Supercapitalismo”. La diagnosi di Reich è inquietante: la persona si divide, in maniera schizofrenica, in due parti. Una è quella del consumatore/investitore, l’altra quella di competenza del cittadino. A queste due figure corrispondono il capitalismo e la democrazia; in tale doppiezza si inserisce il Supercapitalismo, che ha modificato in maniera radicale i rapporti di forza tra le due parti degli uomini. Di fatto, l’aumento esponenziale che il Supercapitalismo ha portato ai desideri del consumatore/investitore ed alla loro soddisfazione è andato a tutto detrimento dei diritti del cittadino e quindi della democrazia. Di qui il nuovo ed incisivo ruolo elaborato dalla filosofia che corrisponde specularmente ad un deficit di democrazia, determinato dall’onnipotenza del Supercapitalismo. 
Un nuovo ruolo della filosofia non potrà in alcun modo coincidere con quello argomentato da Francis Fukuyama ne La fine della storia e l’ultimo uomo: “Se è vero che il processo storico poggia su due pilastri gemelli del desiderio razionale e del riconoscimento razionale e che la moderna democrazia liberale è il sistema politico che meglio soddisfa i due equilibrandoli in qualche modo, questo vorrebbe dire che la principale minaccia alla democrazia sarebbe la nostra confusione a proposito di ciò che effettivamente è in gioco. Mentre infatti le società moderne si sono evolute in direzione della democrazia, il pensiero moderno è arrivato ad un impasse, incapace di raggiungere il consenso su ciò che costituisce l’uomo e la sua dignità, e perciò incapace di definire i diritti dell’uomo, Questo apre la strada, da una parte, ad una domanda iperintensificata del riconoscimento di eguali diritti, e dall’altra alla ripresa della megalotimia. Questa confusione del pensiero può verificarsi nonostante che la storia venga spinta in una direzione coerente dal desiderio razionale e dal riconoscimento razionale, e nonostante che la democrazia liberale costituisca in realtà la migliore soluzione del problema umano”. Nell’argomentazione di Fukuyama vi sono alcune datità di cui non si può fare a meno: a) l’imprescindibilità della democrazia liberale; b) l’affermarsi del desiderio razionale; c) l’affermarsi del riconoscimento razionale. Dinanzi alla fatticità (modo d’essere da cui non si può in alcun modo prescindere) la filosofia dimostra di non essere all’altezza. 
La prospettiva deve, invece, essere capovolta: le tre datità con cui fare necessariamente i conti devono essere filtrate criticamente. La filosofia dimostra tutta la sua capacità nel saper gestire tale penetrazione. 
Entro quest’ottica peculiare filosofia e democrazia sono due dimensioni compiutamente parallele, stanno entrambe dalla stessa parte: non vi è democrazia senza il concorso della filosofia, non vi è filosofia senza il concorso della democrazia. Un parallelismo che va esteso al Partito Democratico, attraverso cui riformulare tutta una serie di problemi la cui soluzione appariva definitiva come, per esempio, la distinzione fra pubblico e privato. Una distinzione che, almeno in linea di principio, dovrebbe essere soddisfatta solo da uno stato autenticamente democratico. Una verità che però non regge più  ormai la verifica della storia. Un antiquato criterio di discriminazione per la comprensione di che cosa sia il lavoro pubblico e cosa il lavoro privato è stata finora quella dell’efficienza, ma oggi neppure questa è più applicabile. Basti pensare che due tra le più solide e migliori aziende presenti sul mercato (l’Enel e l’Eni) sono aziende ad ampia partecipazione statale, per avere un esempio concreto di quanto l’efficienza non sia esclusivo appannaggio delle aziende private.
Quello che autenticamente vitale è alimentare lo spirito della democrazia (dell’informazione e della discussione); la “paura” della filosofia di cui parlava Jacques Derida oggi non ha più alcun significato. Chi non deva aver paura è proprio la filosofia, dovendo uscire da schemi predeterminati, per ripensarli criticamente, riplasmando in particolare modelli e strutture che riguardano politica e diritto e che, ben lungi dall’essere astratte e lontane dall’esperienza quotidiana, influenzano direttamente la vita degli uomini e la nostra società. In ultima analisi nell’epoca della globalizzazione la domanda di filosofia si accresce  e non scema, come presumono ingenuamente i cantori del primato dell’economico. Un avvertimento che dovrà essere tenuto presente in maniera particolare dal Partito Democratico che aspira a metabolizzare nel profondo l’idea della democraticità dei conflitti.
Un’interpretazione alternativa all’ottica di Fukuyama che vede solo nell’economico e nella lotta per il riconoscimento i due fattori determinanti: “Lo stato universale ed omogeneo che compare alla fine della storia, può essere visto… come poggiante su due pilastri, l’economia e il riconoscimento. Il processo storico umano che conduce fino ad esso è stato spinto in avanti in eguale misura dal progresso delle scienze moderne e dalla lotta per il riconoscimento. La prima promana dalla parte concupiscibile dell’anima, liberata all’inizio dell’epoca moderna ed indirizzata all’accumulazione illimitata della ricchezza. Questa accumulazione illimitata è stata resa possibile dall’alleanza formatasi tra il desiderio e la ragione: il capitalismo è legato inestricabilmente alle scienze moderne”. Il ruolo della filosofia è in primo luogo un ruolo ‘critico’ dei processi reali e di ciò che sta a monte di essi, un ruolo che non può essere messo da parte neppure da presunte dimensioni caratterizzate da una forma di ineluttabilità storica. 
Il compito che si è assunto Inschibboleth è proprio di riflettere su quello che ho definito “il ritorno della filosofia” nel dibattito politico-culturale contemporaneo.
 
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